Durante una gita in barca il Reverendo Charles Lutwidge Dodgson, alias Lewis Carroll, inventa per una bambina, Alice Liddel, una storia nella quale quella stessa bambina viene scaraventata nella tana di un coniglio dando l’avvio ad innumerevoli avventure…
Il romanzo, “Alice nel Paese delle Meraviglie”, scaturì a voce. Impossibile, quindi, prescindere dalle variegate e circolari relazioni che si stabilirono tra il narratore, il soggetto della narrazione, l’ascoltatrice. Alice è l’ispiratrice della storia. Alice è la protagonista della storia. Alice è la destinataria della storia. Nel rivisitare questo “vertiginoso” classico dell’ottocento, si è voluto dar parola e corpo anche alla bambina reale, Alice Liddell, prestare orecchio alla sua “sotterranea” dettatura. Nel testo teatrale, infatti, l’Alice di carta e l’Alice di carne, si intrecciano e si confondono in un girotondo magico e misterioso. Bambine di sogno che i sogni favoriscono e i sogni agitano. Bambine “di zucchero e di spezie” che nutrono l’immaginario e dall’immaginario sono scaturite. Incantate che producono incantesimi. Lentamente si delinea, come in un gioco di specchi, il legame che unì Alice al Reverendo Dodgson e viceversa. Accanto all’ambiguità, la fascinazione di un desiderio sospeso, un percorso intimo segnato da ricordi e fibrillazioni emotive. Spesso sono le piccole notizie nelle biografie a far scattare suggestioni… La “vera” Alice, ormai anziana, vendette il manoscritto autentico che l’autore le aveva dedicato. Proprio come l’Alice del romanzo, Alice Liddell finisce per abbandonare il Paese delle Meraviglie. Dopo tante metamorfosi non resta, dunque, che ancorarsi saldamente alla detestata realtà? Forse sì, ferma restando la possibilità di fuggire di nuovo… “sprofondando”.
Torna all'indice delle produzioni