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direzione artistica Walter Mramor
Via Carducci 71, Gorizia
tel e fax 0481.532317

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Organizzazione Fulvia Omero
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distribuzione Laura Rioda
tel. 041/5441784
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promozione Valentino Gallai
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amministrazione Tatiana Castellan
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RASSEGNA STAMPA


Smemorando - La ballata del tempo ritrovato


Palermo, Kal's Art Festival, 30 -31 agosto 2005

L'energico Tedeschi emoziona il pubblico

Palazzo Bonagia. L'anziano attore teatrale ha ricevuto anche il premio per la sua lunga carriera. La pioggia battente non è riuscita, mercoledì sera, a scoraggiare neanche uno spettatore che assisteva alla conclusione di "Teatro Narrato" che si chiudeva a Palazzo Bonagia di Palermo con "Smemorando", in prima nazionale di Gianrico Tedeschi.
Ci aspettavamo di vedere quest’attore vecchio, provato dagli acciacchi e ci eravamo predisposti a uno spettacolo che frugasse soprattutto in ricordi remoti, rappresentato da una figura ormai emblematica. Nessuna smentita è stata più secca, drastica di quella che abbiamo avuto nell’assistere allo snodarsi, all’articolarsi, al configurarsi di scene e ricordi in cui un Tedeschi incredibilmente giovane, energico, dal talento incorrotto, ci ha offerto, suscitandoci sentimenti forti e disparati. Disparati non perché ogni spettatore li sentisse in modo diverso ma perché il grande attore ha iniziato una carrellata che inglobava passione, levità, energia nel ripercorrere le tappe della sua vita anche non artistica.
Gianrico ha cominciato il suo racconto, punteggiato da pezzi di bravura, con un ricordo della sua vita nei campi di concentramento nazisti. Ha raccontato esperienze, episodi, atrocità commesse da quei tedeschi di cui porta il cognome, facendo levitare nella platea una commozione che sarebbe stato facile calcare ma che il grande attore ha mantenuto nei limiti di un ricordo triste e di drammaticità volutamente non sconvolgente.
Nelle due ore di spettacolo seguenti, con estro, arguzia, con un talento che può servir da lezione ad alcuni giovani attori, magari bellocci e spocchiosi ma che Tedeschi supera di parecchie lunghezze ancor oggi con il suo "humus" fatto di umiltà e talento, l’artista ha ripercorso non solo una carriera propria, ma ha curato anche il rispolvero di alcuni testi e di alcuni autori a cui la sua voce ha restituito il brillio che la polvere del tempo ha fatto dimenticare ed una forza poetica che egli ha saputo riproporre a un pubblico entusiasta.
Incredibile è stata la rivalutazione di un Carducci dimenticato, quello dei "cipressetti", della non più studiata "Canzone di Legnano" e di altri brani poetici. Lo stesso ha fatto con un D’Annunzio, forse ingiustamente sprezzato in blocco e con Cardarelli di cui ha recitato "La vergine adolescente". Ma egli è andato ancor più indietro, riproponendoci il "pavano" di Ruzante.
Ma, assistito da Sveva Tedeschi, la figlia, dalla bellissima voce melodica, ci ha riportato ad atmosfere che i non più giovani hanno ritrovato intatte nei loro cuori e che i giovani si sono stupiti di trovare così belle. Ma ha cantato anch’egli, con voce ancora limpida, non trascurando gli acuti finali nelle sue canzoni con "vis" incorrotta. Ci ha ricordato poi alcuni suoi compagni, di prigionia o di lavoro: il "Diario clandestino" di Guareschi di cui ha cantato anche la canzone di "Carlotta", i suoi compagni di Lager e il giornale che ancora essi pubblicano, i suoi inizi artistici che egli ha affabulato dopo la splendida esecuzione di "Lilì Marlene" di Sveva.
Gianrico ha concluso lo spettacolo con una esecuzione personalizzata de "Il canto del cigno" di Cechov, sorta di suo testamento spirituale. Ma hai ancora tanto tempo, Gianrico. È troppo presto per i testamenti!
Alla fine Federico Alessi che ha curato, seguito con amore, passione e professionalità questa rassegna gli ha consegnato una targa alla carriera. Pubblico bagnato di pioggia ma anche di lacrime di commozione.

Antonio Giordano
La Sicilia, 3 settembre 2005


“È un recital anticonformista e originale come lo è la recitazione del suo grande interprete. Gianrico Tedeschi che con bravura magistrale corre lungo la sua memoria di uomo dove la vita si fonde con l’arte per raccontarsi nel suo Smemorando. Tedeschi dall’espressività di straordinaria naturalezza, quando la semplicità del porgere è arte raffinata. E con Gianrico Tedeschi si ride, si pensa, si sogna, si ricorda e si spera. Si rimane incantati e stupefatti per la bravura con il quale interpreta Il canto del cigno, finale strepitoso per uno spettacolo da non perdere”.

Magda Poli
Corriere della Sera


“Tanto di cappello a un signor attore eclettico che, dopo qualche schermaglia su come definire la propria serata, inizia citando la fuga di Kappler dall’Ospedale Militare del Celio di Roma e, teso, emozionato, va più indietro nel tempo. Quante cose enumera, svaria, somatizza e splendidamente rimescola, Gianrico Tedeschi, 85enne in leggerezza, uomo a metà tra un Bernhard Minetti e l’Olivier in Entertainer di Osborne, menzionando poeti e capocomicati d’ogni sorta, giocando con l’assai brava figlia Sveva, qui in panni di cantante, e con Gianfranco Candia”.

Rodolfo di Giammarco
La Repubblica


“L’intensa esperienza di vita e di arte di Tedeschi è il filo rosso che lega un copione in cui trovano posto brani di poeti, commediografi, romanzieri e documenti, ricordi, battute…, selezionati proprio con il criterio del chiamarsi in prima persona, di un coinvolgimento intimo da parte dell’attore. I testi seguono l’uno all’altro con naturalezza, senza forzature o scricchiolii, inframmezzati da alcuni interventi musicali interpretati dalla figlia Sveva. Insomma, ci si sente in un salotto, ospiti di un grande padrone di scena. Giù il sipario, molti spettatori penseranno a Gianrico Tedeschi come a un vero maestro della scena, un mostro di bravura, una voce del nostro patrimonio nazionale”.

Hystrio,
Anna Ceravolo



Straordinario Gianrico Tedeschi. “Serata d’onore” tra emozioni e ironia. “Magnifico Gianrico Tedeschi in Smemorando. La ballata del tempo ritrovato… Il pubblico ha seguito incantato questo straordinario attore capace di divertire con tempi comici perfetti, di emozionare e commuovere, un’energia sorprendente, scorrendo da un autore all’altro, mutando toni, sfumature di voce, colloquiando con gli spettatori ma sapendo poi immedesimarsi in breve tempo in grandi personaggi della scena. Travolgente!”.

Gazzetta di Parma
Valeria Ottolenghi


"La Repubblica" 9 gennaio 2006


"La Gazzetta di Parma" 5 febbraio 2006


"Histrio" recensione di Anna Ceravolo


"Il Giorno" - Venerdì 26 novembre 2005


"Corriere della Sera" - Sabato 26 novembre 2005


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Le Ultime Lune

testo e regia di Furio Bordon
con Gianrico Tedeschi, Marianella Laszlo, Walter Mramor


Se amate il teatro, non trascurate questo "Le ultime lune" di Furio Bordon perché ve l'assicuro, la lezione d'arte e di vita di cui è capace Gianrico Tedeschi è di quelle che pochi, anzi oggi ormai pochissimi attori, riescono a regalarci...

Domenico Rigotti, "Avvenire"


...Tedeschi supera se stesso nel tentativo riuscito di coniugare la calviniana leggerezza della sua recitazione con la rabbia dignitosa e lacerante di chi è tagliato fuori dal mondo...uno spettacolo da non perdere per la sua magica sobrietà nell'affrontare un grave problema umano e sociale attraverso l'arte sublime di un teatro concepito in tutta la sua potenzialità espressiva.

Tiberia de Matteis, "Il Tempo"


...Commosso e commovente, scaltro ed impaurito, Gianrico Tedeschi, nel ruolo del protagonista, è perfetto. I sogni, come la musica, volano nell'aria, e con essi i ricordi. Non rimpianti e bugie, ma paura e pazienza, desiderio di urlare la sacralità di ogni età, di ogni gesto, di ogni parola...
Paola Polidoro, "Il Messaggero"


...l'interpretazione a un tempo più grintosa e vitalisticamente giocata di Gianrico Tedeschi, che ha gli ottant'anni del personaggio, cambia volto allo spettacolo, dilatando il rilievo della prima parte e la durezza rabbiosa con cui il protagonista denuncia con acuti dettagli la condizione della vecchiaia...Questa sua agitazione anche motoria si placa solo alla fine, quando il bravissimo, inesauribile Tedeschi si lancia nell'inno alla sacralità della morte, ma senza angoscia né commozione...

Franco Quadri, "la Repubblica"


Gianrico Tedeschi costruisce i suoi personaggi con profonda intelligenza, con forza che parte dalla mente per spandersi nel cuore. E anche in questa bella edizione de "Le ultime lune" di Furio Bordon, Tedeschi riesce a spiazzare col suo gioco di spostamenti impercettibili e di impercettibili dislocazioni del sentire del personaggio. Gianrico Tedeschi penetra nel testo di Bordon, che firma anche la regia, dopo la toccante interpretazione di Marcello Mastroianni, disvelandone lati non esplorati, ben evidenziandone la lucida scrittura e il giusto dosaggio tra commozione e sorriso.

Magda Poli, "Corriere della sera"


...Bordon si è ben guardato dal realizzare una riedizione fotocopia; ha rielaborato il testo approfondendo, oltre la dimensione del privato, il tema antropologico e sociale della solitudine della vecchiaia e, nella seconda parte, raggiungendo momenti di espressiva intensità che fanno pensare a Bernhard e a Beckett.

Ugo Ronfani, "Il Giorno"


… Invero Tedeschi riesce a comunicare, con quella capacità che gli è propria, con quell'estro morbido, ma disincantato, una verità più intensa, fatta di quotidianità universale, nella necessità inevitabile di un'ultima illusione. - e conclude - Ovazioni continue e battimani per dieci minuti. Appuntamento da non perdere.

Mary Barbara Tolusso “Il Gazzettino”


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Il Piccolo Portinaio


>
"La Repubblica" - 13 gennaio 2006


>
"La Repubblica" - 8 gennaio 2006


> "L'Avvenire" - 7 gennaio 2006


>
"Il Messaggero Veneto" - Domenica 30 gennaio 2005


>
"Il Piccolo" - Sabato 29 gennaio 2005


> "Corriere della Sera" - 14 gennaio 2005

> "Il Tempo"


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La Variante di Lüneburg


Il Gazzettino, domenica, 4 Febbraio 2007

Innocenti sulla scacchiera del dolore
Prima nazionale al Verdi di Gorizia “La Variante di Lüneburg” di Maurensig.


Ogni traduzione felice è un tradimento riuscito. Come una bella donna, si dice: più è seducente, più è infedele. Maschilismo a parte, la definizione calza a pennello per la smagliante trasposizione teatrale del romanzo "La variante di Lüneburg" di Paolo Maurensig, attesa prima nazionale al "Verdi" di Gorizia, con il concorso di un folto pool di sostenitori locali e transfrontalieri (Regione, Comune e Provincia di Gorizia, ArsAtelier, a.Artisti Associati, Centro Sloveno di Educazione Musicale "Komel", Associazione "Canzoni di Confine", Glasbena ola Nova Gorica, Kulturni Dom, convergenti nel "Progetto Mosaico"). In questa bella partita tra perdite da un lato e acquisti dall'altro, è lo stesso autore a farsi quasi adultero di se stesso e a riadattare il materiale narrativo che nel '93 lo rivelò al mondo delle lettere, qui risistemato in forma di "fabula in musica", racconto intervallato o contrappuntato con eco emotiva da musiche e canzoni. Ed ecco che scompare il labirinto che nel romanzo incastrava a scatole cinesi tempi e luoghi diversi e, in essi, tre tragici destini umani (l'imprenditore tedesco ex nazista infine assassinato; l'ebreo sopravvissuto al Lager e quasi mandante indiretto dell'omicidio; il giovane che si fa assassino e angelo vendicatore). Sulla pagina scritta, questa scivolosa interscambiabilità tra aguzzini e vittime, ieri e oggi, trovava nel gioco degli scacchi una sorta di ossessivo collante, come una metafora cruenta per la storia del '900 che riduce il rapporto umano a scambio impazzito e cruento tra pedoni e re, senza scacco matto finale.

In scena, invece, la storia è asciugata in poche linee per la voce recitante di un efficace Walter Mramor, che prima è un asettico narratore, ma poi via via si sposa con l'io degli internati e ne assume la maschera di sbigottita desolazione. Ma soprattutto è Milva, folgorante fiamma rossa, a incendiare di struggente passione il traliccio di una vicenda il cui fulcro è la commozione di fronte al male assurdo che inghiotte gli innocenti e li disperde in "nomi assenti" all'appello, come si canta in uno dei brani più toccanti. E ancora fa eco a queste onde emotive la splendida partitura composta da Valter Sivilotti, con l'orchestra e il coro ArsAtelier: un intreccio di suoni e voci che anch'esso, dopo un esordio di atmosfere mitteleuropee, tra valzer viennesi da finis Austriae e citazioni da Weill, precipita poi in una sorta di notte dei cristalli, dissonanti e spezzati.

E insomma, in questa notevole operazione, la scacchiera è figura del dolore, se non più del duello implacabile tra gli uomini o, perfino, tra lo scrittore e il lettore. E il tradimento, appunto, tiene in un oratorio da via crucis lancinante, che infine scioglie il pubblico, al tutto esaurito, in un lungo tripudio di commozione autentica.

Angela Felice

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Natale in cucina


> "Il Piccolo" - 3 marzo 2007

> "Il Gazzettino" - 3 marzo 2007

> "Il Messaggero" - 3 marzo 2007



Il Gazzettino , martedì 13 Febbraio 2007

Tre coppie a raccontare ansie, ...

Tre coppie a raccontare ansie, manie e meschin ità del loro quotidiano e della loro ricerca di "un posto al sole".
Ha riscosso un notevole apprezzamento da parte del pubblico occhiobellese, la messa in scena di "Natale in cucina", lo spettacolo dell'inglese Alan Ayckbourn recitato dalla Compagnia degli Artisti associati nella rassegna teatrale 2006/2007. Tra i protagonisti: Marianella Laszlo, moglie del celebre attore Gianrico Tedeschi.
Per la prima volta, il palcoscenico di Occhiobello, dopo tanti monologhi e spettacoli con un unico protagonista, ha visto in scena una compagnia teatrale di sei elementi, insieme ad un'allestimento scenografico di grande efficacia e cura dei particolari.
La storia raccontata è quella di tre coppie che in tre anni successivi si fanno visita la vigilia di Natale e che offrono un affresco di vizi e virtù della società borghese, attraverso un ritratto psicologico a tutto tondo delle loro piccole miserie quotidiane, dipinte nel racconto dell'ascesa o al contrario della decadenza sociale. Ecco quindi che nel primo episodio compare Jane, ossessionata dall'ordine e dalla pulizia, moglie devota di un architetto ben più ossessionato di lei dalle apparenze e dal formalismo, a lui strumentali per una carriera sociale e lavorativa tanto desiderata.
Poi vengono Eva e Jeff, la prima che si considera "uno scarabocchio sulla licenza matrimoniale del marito", la cui vita è scandita unicamente dal rituale delle pillole anti depressive che ogni giorno deve in gurgitare, mentre il secondo è un architetto donnaiolo e impenitente, che per una grave negligenza sul lavoro vedrà la propria carriera distrutta.
La terza coppia, quella di Ron e Marion, è invece la storia di ricchi borghesi in apparenza, affascinanti e con un ruolo riconosciuto socialmente, ma che in privato nascondono il problema di alcolismo di lei. Storie quotidiane che però l'autore e i bravi artisti in scena hanno restituito secondo i toni leggeri della commedia, nelle piccole manie e ossessioni in cui tutti possiamo identificarci.

Manuela Furini



www.TeatroTeatro.it

Natale in cucina
di Alan Ayckbourn
Al teatro Cometa di Roma
Dal 09/01/2007 al 28/01/2007


Recensione

SRecensione Sul fondo più estremo del grande oceano, dove l’oscurità fa il mare impenetrabile, convivono pesci d’ogni razza, colore e dimensione. Il loro rapporto è totalmente dominato dalla sopravvivenza, i loro sguardi, le loro tane, le loro fughe. Questo perchè il mare largo è dominio di squali il cui unico obiettivo è il sangue: uno squalo non istruisce un pesce più piccolo, lo mangia. Su questo movente si svolge Natale in cucina, commedia inglese di Alan Ayckbourn, per l’edizione italiana tradotta da Masolino D’Amico e portata sulla scena da Giovanni Lombardo Radice, entrambi ormai vere certezze di un lavoro ben fatto. Tre sono gli atti della commedia, tre gli ambienti in cui si muove, i nuclei familiari e sociali in cui si dipana la scena, in tre successive vigilie di Natale. Sidney e Jane sono persone semplici, hanno una casetta abbigliata con puntuale gusto, ma bramano la grandezza dei loro ospiti natalizi. Sono trepidanti per la serata che sognano perfetta – così da poter vantare amicizie e coperture celebri – preparano ogni cosa con grande precisione, ma finendo nell’inevitabile sfacelo. Tuttavia – e qui tutto cambia – all’uscita degli ospiti i due coniugi si ritrovano nella loro cucina a congratularsi della riuscita; le loro facce mutano: i pesci piccoli, si stanno facendo grandi. Il secondo atto sposta l’attenzione sulla rovinosa vita di Geoffrey, donnaiolo architetto in discesa, e la depressa moglie alle prese col suicidio. La comicità acquista il reale tragico e si va incrinando, tuttavia non cede ai tentativi della donna e li sfrutta per farne equivoci divertenti: i semplici amici, ospiti in quella casa, travisano del tutto e sventano ogni manovra della donna: la peggior sorte che può capitare a un suicida, è finire in una commedia. L'ultimo atto svela i piani del testo. I vecchi ricchi vivono la disgrazia della decadenza mentre ormai inarrestabile è l’ascesa immorale dei nuovi arricchiti: mutano i rapporti di forza, muta il quadro delle adulazioni al seguito delle variazioni economiche. In casa di Ron e Marion la tristezza del Natale si fa palese nell’alcolismo e nelle beghe di famiglie in rovina, proprio quando compaiono, in tenuta festaiola, Jane e Sidney. Amaro e realistico, il testo non annoia e sfrutta tutto lo spazio per far ridere di gusto e, con semplicità, fornire un messaggio chiaro attraverso attori in stato di forma; la scena, squisitamente retrò, è veridica, i colori vanno spegnendosi seguendo il deterioramento morale, nei tre ambienti; la bugia, la finzione, la furbizia dell’arrampicata sociale colgono lo svolgimento dei rapporti sociali, con uno sguardo molto penetrante. Ayckbourn, modello Orwell, costruisce la sua Fattoria degli animali e ci dice che l’ascesa e il decadimento hanno parentela stretta, si succedono come una fune, tirandosi un po’ di qua e un po’ di là.
(Simone Nebbia)

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